L'ultimo rigore

scritto da Vince75
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Testo: L'ultimo rigore
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"Dema sei un fenomeno!"
Glielo dicevano tutti, ed era vero perché segnava quattro gol a partita. Naturale che fosse destinato al grande calcio, quello d'elite, e infatti a diciotto anni giocava in Serie C e a venti in Serie B. Ma non arrivò mai in A. Aveva degli evidenti limiti, tecnici,fisici, di carattere. Trascorse la carriera tra la seconda e la terza serie, non andando mai oltre le nove reti a stagione.
Quando compì i trentatre anni, età fatidica, aveva le caviglie rovinate e pensava di ritirarsi. Ma quell'estate si ritrovò protagonista di un bizzarro giro di mercato, e finì all'Inter.
Firmò un contratto per lui più che generoso e naturalmente si vide tutto il campionato dalla panchina.
Andava bene così. Da tempo ormai sapeva di non essere un fenomeno, ma solo uno dei tanti ragazzi baciati dalla passione ma non dal talento, o almeno non da "quel" talento necessario per sfondare ad alti livelli.
Il trentuno maggio ci fu la finale di Champions Legue, Inzaghi si ritrovò senza Lautaro, squalificato, Thuram,Calhanoglu,Barella, tutti infortunati.
Matias De Marchi, il "fenomeno", per la prima volta si accomodò in panchina con una tenue speranza di subentrare a partita in corso. Da lì vide Kvraratskhelia fare un lancio, Nuno Mendes addomesticare la palla e involarsi, Doué mettere in rete. Il Paris Saint Germain sfiorò due o tre volte il raddoppio, poi si limitò a controllare la partita senza affanni. L'Inter non giocava male ma era inconcludente. La sorte di quella finale era già segnata: il Paris Saint Germain avrebbe vinto la Champions Legue per la prima volta.
De Marchi non seguiva più la partita. Sognava.
Un piccolo prato alla periferia della città. Matias era orgoglioso della maglietta nerazzurra, dei calzoncini neri, ma soprattutto del nove stampato sulla schiena. Aveva già fatto tre gol e mentre ciondolava per il campo, con la testa già nell'empireo delle leggende del calcio, incontrò lo sguardo di una ragazzina bionda. Era piccola, magra, ma con degli occhi che avevano rubato al cielo un po' della sua vernice. Lei si accorse che lui l'aveva notata, e gli rivolse un sorriso timido. Matias ricambiò, ignorando il passaggio del mediano e perdendo la palla. Non era importante. Due minuti dopo scartò cinque avversari, portiere compreso, e con un tocco felpato depositò il pallone in rete. Poi si disinteressò completamente del gioco per guardare la biondina.
Si chiamava Teresa, abitava nel suo stesso quartiere, lavorava come commessa in un discount. Faceva l'amore in modo divino. La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi di magia illuminati dalla luna.
Si sposarono, e lei lo seguì in tutte le città dove la sua professione lo portava. Era una presenza costante, era l'essenza della sua vita: ben oltre il calcio.
Si trovò talmente assorto in quei pensieri che nemmeno si accorse che l'Inter aveva pareggiato. Fu riportato alla realtà dall'entusiasmo degli altri giocatori che sedevano in panchina con lui. Esultò, ma in maniera molto contenuta.  Perché era arrivato ad un altra pagina della sua vita. Il giorno più brutto. Quando quell'insensibile dottore gli aveva detto che non c'erano più speranze. Poche ore dopo Teresa lo lasciò per sempre, facendolo sprofondare nel vuoto della solitudine e dell'infelicità.
Dal rimpianto di un amore unico, assoluto, meraviglioso.

Una mano si posò sulla sua spalla facendolo sobbalzare. Era l'allenatore. "Mancano due minuti, ho ancora un cambio", disse. "Entra."
De Marchi lo guardò sconcertato. "Io?"
"Sì, tu", rispose Inzaghi con decisione. "Sei fresco e sai tirare bene i rigori. Andrai sul dischetto per ultimo. Non pensarci troppo, tira e segna." Poi si girò per richiamare l'attenzione del quarto uomo.
De Marchi fece il suo ingresso in campo prima che l'arbitro fischiasse la fine. La finale si sarebbe decisa ai rigori. Lui fece stretching e qualche corsetta, giusto per scaldarsi un po'.
"Sai tirare bene i rigori."
Lo sapeva. Non ne avava mai sbagliato uno. Quando vedeva la palla rotolare in rete, cercava sempre lo sguardo di Teresa. Poi...poi non aveva cercato più niente. Si era sempre allenato con impegno, aveva giocato, beno o male a seconda dei casi, ma non aveva più tirato dal dischetto.
"Dema sei un fenomeno!" Sorrise, ma più che un sorriso gli venne un ghigno. Anche Teresa gli diceva che era bravo. I compagni lo chiamarono. Toccava a lui. Alzò gli occhi verso il tabellone luminoso. i francesi avevano trasformato quattro rigori su cinque, l'Inter non aveva fallito i suoi. Se lui avesse segnato l'Inter avrebbe vinto la Champions Legue per la quarta volta.
Raccolse il pallone e lentamente si avviò verso il dischetto.
Il pubblico tratteneva il fiato.
Come sempre De Marchi era calmo. Depositò con cura la palla quasi accarezzandola, trasse un profondo respiro e si allontanò per prendere la rincorsa. In quegli attimi pensava che sarebbe potuto entrare nella Storia, lui, mediocre calciatore di provincia. Non pensava che avrebbe potuto sbagliare, sottraendo (o almeno rinviando perchè si sarebbe andati ad oltranza) la vittoria alla sua squadra.

La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde, creando giochi magici illuminati dalla luna. Ci furono molte altre volte, così belle da stamparsi a lettere di fuoco nel suo cuore, così dolci da ricordare il profumo di una sera di maggio. "Ti amo!" diceva lei. "Ti amo!" rispondeva lui.
"Avremo un bambino e assomiglierà a te", diceva Teresa. "No, tanti bambini e saranno come te", rispondeva Matias. Si stringevano e restavano abbracciati, mentre le stelle andavano a dormire una dopo l'altra, mentre il vento bisbigliava storie di epoche lontane agli alberi, e la notte avvolgeva la città col suo mantello di sogni. Alle prime luci dell'alba erano ancora abbracciati, appena apriva gli occhi lei vedeva il suo sorriso innamorato. Bevevano il caffè pregustando le meraviglie di una nuova giornata insieme. Ridevano e parlavano del futuro. Lei scherzava, prendendolo in giro per il naso troppo lungo. Lui ribatteva che esistevano delle proporzioni segrete, note solo ai saggi, e che un naso prominente era assai importante. Lei lo baciava. Lui le accarezzava il viso. Gli occhi di Teresa brillavano di felicità. Gli occhi di Teresa si sarebbero chiusi per sempre.

Ma  non doveva pensare. Scrollò la testa, come per sgombrare la mente. Guardò il portiere avversario, subito dopo il cielo.
Corse verso il pallone e tirò.
Ci furono molte altre volte, così belle da stamparsi a lettere di fuoco nel suo cuore.

L'ultimo rigore testo di Vince75
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